Il DNA custodisce le memorie di questa vita e di ciò che siamo su altri piani. Perché lo chiamo multidimensionale, che cosa vuol dire riallineare le linee temporali e perché ogni attivazione parte dal consenso.
di Elianor · 26 ottobre 2026
Parlo spesso di DNA multidimensionale e mi chiedono che cosa intendo. Qui racconto come lo vivo e come lo vedo nel mio lavoro, partendo da una delle trasmissioni che ho registrato per il canale.
Per come lo intendo io, il DNA è molto più di una sequenza biologica. È un archivio. Contiene le informazioni di ciò che abbiamo vissuto in questa vita e anche di ciò che siamo su altri piani, in altri tempi, in altre forme. Dentro il DNA che chiamo multidimensionale c'è la conoscenza di tutto ciò che siamo.
Molte di queste informazioni restano come addormentate. Sono memorie profonde, punti che aspettano di essere risvegliati. Quando si risvegliano, le parti di noi che vivono su altri piani cominciano a comunicare con quella che vive qui e ciò che eravamo sempre stati torna disponibile.
Siamo frammentati: parti di noi vivono in tempi e spazi diversi e ognuna porta un pezzo della nostra storia. Il lavoro sul DNA multidimensionale serve a far comunicare queste parti. Le linee temporali si riallineano, i punti di accesso diventano disponibili, le memorie profonde riemergono e si riconfigurano secondo l'ordine originario.
E c'è una cosa che trovo bellissima: non si tratta di andare altrove. Si tratta di sentire la totalità che si è, qui e ora, nella piena presenza. La non località vissuta dentro il corpo. Tutto ciò che siamo in altre dimensioni siamo noi, in ogni forma che abitiamo.
Nelle trasmissioni questo lavoro passa dal suono: la voce che porta il linguaggio di luce, le frequenze armonizzate fra loro, il silenzio. È un linguaggio che si rivolge direttamente al campo e tocca memorie che la mente, da sola, non raggiunge. Per questo si riceve più che capirlo.
Perché nessuno può attivare qualcosa in noi al posto nostro. In ogni trasmissione c'è un momento di intento, in cui chi ascolta richiama a sé, con il proprio consenso, ogni parte di sé su ogni piano, in ogni tempo, in ogni spazio. Una delle frasi che guido è questa:
«Da questo momento il mio DNA risponde alla frequenza del mio sé multidimensionale.»
Il consenso è ciò che rende l'attivazione nostra. E l'integrazione segue i tempi di ognuno: si integra solo ciò che si è in grado di sostenere in quel momento. Continua dopo, in silenzio, anche di notte, mentre si dorme. E ogni volta che si riascolta una trasmissione si accede a una parte più profonda di sé, perché nel frattempo è cambiato chi ascolta.
Alla fine si torna sempre nel corpo: i piedi, il bacino, il contatto con ciò che ci sostiene. L'informazione si fissa nel corpo e si cammina portando con sé ciò che si è riattivato. Consapevoli, anche nei gesti di ogni giorno, di essere espansione.
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