Il risveglio porta conoscenza e libertà, e porta con sé il peso della responsabilità. Ecco che cosa vuol dire prendere coscienza, e da dove comincia.
di Elianor · 20 settembre 2026
Si dice che il risveglio sia qualcosa di meraviglioso. È vero in parte, e c'è dell'altro da sapere prima di incamminarsi.
Venire a conoscenza di certe verità, accedere alla conoscenza, riuscire a fare collegamenti, ricevere informazioni da esseri superiori: tutto questo è uno strumento potente, ed è una grande liberazione. E più cose si comprendono, più diventa complesso stare nel mondo.
Porta bellezza, felicità, amore, gratitudine, luce. Porta un grande movimento dalla mente al cuore, dove quell'intelligenza infinita e non manifesta trova uno spazio di accesso e può muoverci lungo la via del cammino.
E porta anche il rendersi conto della responsabilità totale che abbiamo, ognuno per sé e come collettivo: verso il pianeta che abitiamo, verso l'universo, verso gli animali, verso gli altri esseri umani. Si comincia a vedere come ogni cosa condiziona il resto. Si sente il peso delle proprie scelte. Si vedono con chiarezza i movimenti di causa ed effetto.
All'inizio questo può far sentire impotenti. Capita di voler andare in una direzione per cambiare qualcosa e di trovarsi senza gli strumenti per farlo, oppure di comprendere che il tempo non è quello giusto e che ogni cosa deve fare il suo corso.
Ogni cosa va esattamente come deve andare, perché è l'effetto di una causa. E questo lascia aperta la possibilità di agire in modo diverso, perché smetta di essere così: attraverso lo scioglimento del karma, singolo e collettivo, si attua un cambiamento che porta in un'altra direzione. A volte basta fluire con quello che c'è. Comprendere che tutto è esattamente come deve essere lascia intatta la libertà di scegliere qualcosa che può fare la differenza.
È arrivato il momento di comprendere che siamo noi i responsabili del mondo che abitiamo. Di smettere di lamentarci che le cose vanno male, che gli altri ci fanno del male, che capitano tutte a noi. È arrivato il momento di prendere la responsabilità del fatto che siamo noi a creare la nostra realtà.
Prendere coscienza significa passare da uno stato di incoscienza a uno stato di conoscenza.
La conoscenza è la base della comprensione di ogni cosa. Senza conoscenza resta solo il dito puntato verso l'esterno. E la conoscenza nasce prima di tutto dal contatto con noi stessi: attraverso il nostro sentire cominciamo a capire quale emozione viviamo, quali sentimenti abbiamo, che cosa abbiamo represso, come ci sentiamo dentro una certa situazione, dentro una relazione, dentro il mondo.
Prima di prendere coscienza dei fatti esterni, per fare un passo evolutivo serve che ognuno prenda coscienza del proprio mondo interiore. Il tempo di prendere in giro noi stessi è finito: questo è il tempo della verità.
I fatti del mondo, dell'universo intero, di tutta l'evoluzione dipendono anche da noi. Da come stiamo dentro. Dai pensieri che generiamo, dalle parole che pronunciamo, dalle azioni che compiamo giorno dopo giorno.
La cosa essenziale è guardare dentro per primo. Prima di giudicare, di criticare, di dire che una cosa va male, la prima cosa da fare è comprendere perché ci troviamo in quella situazione, o perché riteniamo sbagliata quella cosa.
Forse siamo cresciuti in un posto dove la regola insegnava che quella cosa è sbagliata. E dall'altra parte del mondo è accettata. Chiamiamo giusto o sbagliato ciò che la nostra etica accoglie o respinge, e resta una definizione che abbiamo inventato noi, per sentirci meglio o peggio a confronto con gli altri.
La prima cosa da fare è smettere di giudicarci. Guardarci dentro. Capire che cosa ci fa vedere quella cosa in un modo o nell'altro: grande o piccolo, bello o brutto, giusto o sbagliato, buono o cattivo, bianco o nero, fuori o dentro, alto o basso, sì o no.
Siamo soggetti alla legge della polarità, ed è naturale che la mente ragioni così. Immaginiamo per un attimo di poterne fare a meno: in un istante finirebbero tutte le guerre. Lo penso davvero.
Quando ognuno guarda dentro di sé e comprende che giusto e sbagliato sono effetti di cause precedenti — subite o create lungo le nostre vite, lungo le ere dell'umanità — i giudizi perdono significato. Diventa visibile che tutto è esattamente così come deve essere, per quello che è successo.
C'è un'alternativa, ed è a portata di mano adesso. Fuori non c'è niente da combattere, niente da annientare. C'è da cambiare la percezione che abbiamo di quella cosa: come ci sentiamo dentro. Si comincia da qui, e da nessun altro posto, altrimenti si resta nel loop di noi e loro, giusto e sbagliato, qualcosa da combattere, qualcosa da cambiare.
Per rompere questo schema serve imparare a gestire la mente. Farle smettere di giudicare e di giudicarci. Restare, osservare la nostra verità, quello che sentiamo in quel momento, senza reagire d'impulso per cambiare subito la situazione.
Questo lascia intatta la possibilità di cambiare le cose. Si fa accettando che quello che vediamo all'esterno è un riflesso di quello che abbiamo all'interno, ed è l'effetto di una causa. Quando comprendiamo che tutto quello che vediamo fuori cambia semplicemente stando con quello che c'è dentro di noi, e poi troviamo la soluzione più funzionale — quella che nasce fuori dalla reazione di un'emozione repressa — metà del lavoro è già fatta.
So che a volte è di difficile attuazione, finché si è ancora ancorati alla realtà manifesta, alla terza dimensione, chiamiamola come vogliamo. Molte personalità sono assorbite da questa matrice. Quando tutti intorno ripetono lo stesso schema e la via d'uscita resta invisibile a loro mentre tu la vedi chiaramente, serve portare pazienza, e capire che ognuno ha il proprio processo.
Per me è una delle cose più difficili: avere pazienza. So che è necessaria, e che tutti i tempi vanno rispettati. Intanto continuo a imparare, continuo a cadere, e continuo ad avere voglia di lavorare su di me, perché ogni cosa che arriva e mi infastidisce è esattamente quello che mi serve per evolvere. A volte me ne accorgo subito, a volte ci vuole un po', a volte la questione si ripete più di una volta. Poi ci arrivo.
Soprattutto devo imparare la pazienza con me stessa: quando vedo che con gli altri mi manca, una parte di me mi sta mostrando esattamente di che cosa ho bisogno, cioè di stare con me stessa e di darmi tempo. Non c'è nessun risultato da raggiungere, perché è già tutto dentro di me. Anche sapendolo, la mente fatica a comprenderlo.
C'è un detto che dice: fai ciò che puoi, con gli strumenti che hai, nel luogo dove sei. Descrive bene questa situazione.
In questo momento molte persone sono già pronte a un risveglio, a un salto evolutivo, a un cambiamento radicale nella loro vita, e si sentono ancora incastrate in questa realtà, circondate da pensieri diversi dai loro. Alcuni cominciano a risvegliarsi adesso, altri lo hanno fatto da tempo, e ognuno ha la sua funzione.
Ogni persona è esattamente dove deve essere. Se fossimo tutti allo stesso punto il progresso non potrebbe esistere: il progresso arriva da tanti elementi che lavorano insieme, nella loro diversità e nella loro unicità.
Elianor
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